giovedì 30 giugno 2016

ATTUALITA' - TEMI SOCIALI - SOCIOLOGIA

UOMINI CHE MALTRATTANO LE DONNE: CHE FARE? 
A cura di Giuditta Creazzo e Letizia Bianchi 


Giuditta Creazzo svolge attività di ricerca, consulenza e formazione sui temi della violenza contro le donne. Dal 1990 è socia della Casa delle Donne per non subire violenza. Autrice di varie pubblicazioni sul tema, nel 2008 ha curato: "Scegliere la libertà: affrontare la Violenza". 

Letizia Bianchi è docente di Sociologia della Famiglia  presso l' Università di Bologna. Da molti anni presente nel dibattito del femminismo italiano. 

"Uomini che maltrattano le donne: che fare?"  (Carocci Editore   www.carocci.it )  è un volume che presenta i risultati di un progetto europeo realizzato a Bologna, Atene e Barcellona che si è posto seriamente la questione di cosa fare in relazione ai comportamenti violenti maschili e offre dei percorsi per affrontarla.  
Il fenomeno della violenza sulle donne è diventato un problema sempre più diffuso non solo in Italia ma in tutto il mondo, ma non per questo bisogna perdere le speranze per raggiungere la propria dignità e libertà individuale.

Questo testo infatti ci proietta verso una nuova dimensione, la riconquista della dignità e individualità umana, la riconquista dei proprio potere individuale attraverso i diritti sociali. Un testo che vuole informare sulla parte attiva della nostra società esprimendo la concretezza delle attivazioni sociali:  due anni di lavoro nel progetto europeo MUVI (Developing strategies to work with  Men  who Use Violence in Intimate Relationships) e ne costituisce la pubblicazione finale. La vita di MUVI si dimostrava  subito e sempre più feconda e coinvolgente e l'aspetto innovativo contagiava ben oltre il livello locale (inizialmente il progetto è stato presentato dal Comune di Bologna e finanziato nell'ambito del programma europeo Daphne II (2004-2008) dedicato a "Misure preventive dirette a combattere la violenza contro i bambini, gli adolescenti e le donne e a proteggere le vittime e i gruppi a rischio). 

Il primo programma di intervento fu fornito, nel 1977 a Boston, da un'organizzazione denominata "Emerge", mentre il centro Alternative alla violenza (ATV) di Oslo, il primo per la Norvegia e in Europa, fu fondato nel novembre 1987".  David Adams, fondatore di Emerge, sostiene la necessità di un modello trattamentale  pro-femminista sulla base dell'analisi di quanto poco i metodi psicologici già noti definiscono e problematizzano la violenza maschile contro le donne. Adams, inoltre, distingue tra metodi anti-femministe e terapia cognitivo-comportamentale. Entrambi ricorrono alla terapia di gruppo e danno un'enfasi particolare alla struttura. Quando la terapia cognitivo-comportamentale viene utilizzata come metodo di lavoro, spesso il problema del maltrattante viene identificato nella sua modalità di gestione della rabbia. Da questo presupposto, questa terapia mira ad aiutare l'uomo a gestire la propria rabbia in modo non violento attraverso programmi specifici (anger management). Adam ritiene che il modello pro-femminista sia il più utile, dal momento che si concentra esplicitamente sugli aspetti di potere e controllo che caratterizzano la violenza maschile contro le donne, sulla responsabilità della violenza e sugli atteggiamenti creati dalla società che motivano la sensazione di "avere diritto" a esercitare violenza. 

E' evidente che senza una precisa ed esplicita volontà politica si potrà fare ben poco. "L'humus" che, negli anni Settanta del Novecento, prima ha reso possibile l'apertura delle case rifugio per donne e successivamente di programmi per uomini, era costituito della presenza di un  contesto sociale e politico che aveva recepito la rilevanza delle questioni poste dal movimento delle donne. Da allora il contesto è certamente cambiato. 
Qualsiasi siano gli interventi che si intende attuare per rendere visibile la responsabilità maschile nel campo della violenza contro le partner o ex partner e per implementare programmi specifici a loro diretti, ogni decisione dovrebbe avvenire nella forma più partecipata possibile, tenendo conto di quanto la ricerca ha prodotto in chiave di ripresa di interesse sul fenomeno, di costruzione di legami tra persone e di scambi tra istituzioni diverse. Quello che è certo è che bisogna proseguire nel lavoro di  "tessitura sociale"e di ricerca di soluzioni concrete che il lavoro ha innestato poiché si sono create aspettative in molte persone e quindi a tutto ciò bisogna dare continuità. 


Concludendo posso affermare che tali fenomeni di violenza vanno fatti emergere, e bisogna denunciare qualsiasi violenza, soprattutto quella tra le "mure domestiche", queste sono le più pericolose e più a rischio. Non sottovalutiamo queste azioni, l'amore non è violenza, non è aggressione, non è umiliazione è tutt'altro... 
Bisogna capire la differenza tra l'amore e la violenza. L'amore non aggredisce, non picchia, non umilia...  ma comprende, offre, gratifica, accarezza....L'amore non fa del male ma vive per fare del bene...

Ci auguriamo che ci sia la possibilità di proseguire con le attività che sono state avviate con il progetto MUVI, che sostanzialmente si poneva come obiettivo la verifica delle condizioni per l'apertura di un centro che si occupa di uomini che "usano" violenza, dirigendoci verso l'implementazione di azioni concrete in questo ambito, naturalmente non importate acriticamente, ma adattate alle diverse realtà locali, ciascuna con la sua complessità,la sua cultura e la sua storia. 
Ecco alcuni CENTRI ANTI-VIOLENZA  IN ITALIA che sono assolutamente GRATUITI. 

 Le donne vittime di violenza possono comunque rivolgersi a ospedali nazionali, ambulatori pubblici e centri di sostegno psicologico. Gruppi di donne e altre organizzazioni cercano di offrire gratuitamente alle donne vittime di violenza alcuni servizi: supporto e consulenza legale, sostegno psicosociale, sostegno finanziario.
Ricordate sempre una cosa...meglio aprire gli occhi prima (riconoscere la violenza) che non aprirli  MAI più....! 

Anna A. 


















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